l dovere fiscale secondo la dottrina cattolica

Prefatio

La resistenza fiscale (o sciopero fiscale o protesta fiscale) è una pratica che consiste nel rifiuto di pagare le tasse allo Stato, dovuta ad una forte opposizione a determinate politiche economiche del governo. Ovviamente tacciata di illegalità e perseguita “a norma di legge” dai detentori del potere centralizzato, questa forma di protesta è già stata promossa in passato da famosi leader non-violenti, come Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Qualora praticata da un esteso numero di cittadini simultaneamente, ha l’effetto dirompente di colpire al cuore i VERI interessi di quei politicanti che operano secondo logiche del favoritismo personale e lobbistico, mettendo al tappeto in un sol colpo l’apparato statale di riscossione delle imposte, incapace di gestire un numero incalcolabile di pratiche di insolvenza.

D’altra parte, va tenuta invece presente la questione dell’etica morale degli adempimenti fiscali, attraverso cui ogni cittadino è chiamato a “sostenere la spesa pubblica in ragione delle sue capacità contributive” (art. 53 della Costituzione Italiana), cosa questa che, almeno in linea di principio, dovrebbe scaturire naturalmente da un alto senso del dovere civico, dalla volontà di contribuire alla causa collettiva e dal senso di appartenenza ad una comunità di propri simili.

Alla luce di ambo le posizioni su delineate, è naturale domandarsi quale sia la linea di demarcazione superata la quale venga a mancare la legittimità della pretesa fiscale dello Stato. Quando la pressione fiscale sia insostenibile, quando il dovere fiscale dei cittadini assuma i connotati di una schiavizzazione tributaria, quando le agenzie di riscossione si travestano da strozzini legalizzati, quando l’adempimento fiscale richieda di rinunciare ai più elementari diritti umani (casa, cibo, riscaldamento, finanche la stessa vita), allora il rispetto della “legalità fiscale” diventa illegittimo e ingiusto alla luce del Diritto Naturale, poichè lo Stato rinuncia a tutelare gli interessi dei cittadini minacciandone dignità, onore, salute e benessere.

In occasione della festa cristiana del Natale, vi proponiamo dunque i passi più significativi di un interessante articolo – pubblicato integralmente sulla rivista Instaurare Omnia in Christo – che esplora questa delicata tematica dal punto di vista della dottrina della Chiesa Cattolica, e rimandiamo gli auguri al termine della postfazione.

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Il dovere fiscale secondo la dottrina cattolica

di Samuele Cecotti

Tra il panico ingenerato dalla indomabile crisi finanziaria mondiale e il disordine di una UE incapace di articolare una qualsivoglia politica economica, si fa un gran parlare dell’evasione/elusione fiscale come d’una gravissima immoralità. Il dibattito politico/giornalistico quotidiano ridonda di demagogici proclami contro la piaga dell’evasione/elusione fiscale in una strana unanimità retorica, dal migliorista Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, al cardinal Angelo Bagnasco, presidente della CEI, passando per la variegata accolta di ministri, parlamentari e capi partito. Da qualche tempo uno spot pubblicitario  governativo in onda sulle reti televisive nazionali, voluto dal Governo Berlusconi e mantenuto dal Governo Monti (esecutivo autore di norme fiscali inique e di un ancor più iniquo controllo dello Stato sulla vita economica dei cittadini, tale da confermare e peggiorare quel regime da tempo dominante configurantesi come Stato di polizia tributaria), colloca l’intera classe politica nazionale nel novero di quanti usano demagogicamente l’immagine stereotipa dell’evasore parassita della società.

Anche tra i cattolici democratici, solitamente generosi e benevoli verso ogni devianza morale, non si invoca mai pietà per gli evasori/elusori, rei di anteporre i diritti della proprietà privata alla progressiva e “provvidenziale” azione redistributiva dello Stato-Provvidenza. Fu il professor Romano Prodi, durante il suo ultimo governo, a rimproverare i confessori per la scarsa attenzione prestata in sede di foro interno al “peccato” di evasione fiscale. Al “cattolico adulto” Prodi rispose mons. Velasio De Paolis, allora Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e oggi cardinale Delegato Pontificio per la Congregazione dei Legionari di Cristo e già Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede:

“Il legislatore ha il diritto di imporre le tasse, il cittadino ha il dovere di pagarle, ma il governo deve usare bene quei soldi: se li usa male o se la tassazione è eccessiva, viene a mancare il presupposto.”

Autorevolmente, il canonista De Paolis ci ricorda come il diritto dello Stato all’imposizione fiscale non sia assoluto ma relativo ad un ordine morale oggettivo[1] e relativo, di conseguenza, è il dovere fiscale dei cittadini.

Troppo spesso si sente equiparare l’evasione/elusione fiscale al furto anche da autorevoli fonti cattoliche[2], lasciando così intendere una concezione statalista/collettivista della proprietà, per la quale lo Stato/la collettività vanterebbe un diritto reale superiore sui beni privati, quando, invece, il Magistero ha sempre presentato il dovere fiscale come un dovere di pietas legato al IV Comandamento e non al VII, ovvero ad un dovere di giustizia legale e non di giustizia commutativa[3](la giustizia legale regola i rapporti fra la società e i suoi membri, la giustizia commutativa regola i rapporti dei singoli fra loro, n.d.H.). Il che significa che il non pagare le imposte/tasse pretese dal Fisco non è furto ma, piuttosto, una violazione del dovere morale/giuridico di cooperazione al bene comune. (…)

Ribadito quindi il dovere fiscale come dovere di giustizia legale, si può esaminare con perizia di dottrina la natura della violazione di questo dovere, i modi, i casi, le attenuanti e le giustificazioni.

Perché di violazione del dovere fiscale si possa parlare è necessario che l’omissione compiuta sia illegittima ovvero che la pretesa fiscale sia legittima in quanto la norma positiva che la determina è conforme al Diritto Naturale. Non tutte le evasioni fiscali, ovvero la violazione di norme positive (fiscali), sono immorali, ma solo quelle che frodano giuste imposte/tasse[7]. È la legittimità dell’imposta/tassa a rendere obbligante l’onere fiscale.

L’autorità pubblica non ha, sulla quota di beni privati pretesa dal Fisco, un diritto analogo a quello del proprietario:

“Lo Stato, infatti, non ha diritti diretti ed immediati sui beni dei suoi cittadini, che ne sono i soli proprietari; ha sui loro beni solo un diritto indiretto e mediato, che gli dà il potere d’esigere dai loro proprietari che ne cedano una frazione per sovvenire ai bisogni della cosa pubblica.” [8]

È “la stessa legge naturale, che costringe l’uomo a vivere in società, [che] gli crea il dovere di portare alla società i mezzi senza i quali questa non potrebbe attuare il compito che le è proprio” [9] ma solo e soltanto rispetto ai compiti propri della comunità politica:

“Lo Stato validamente esige da tutti i suoi sudditi i fondi che gli permettano di adempiere la sua missione sociale; fuori di questo scopo, le sue richieste sono puramente arbitrarie e non potrebbero esigere il rispetto dei suoi subordinati. Una legge ingiusta è priva di ogni forza obbligatoria.” [10]

Quali sono questi compiti? Per la dottrina classico-cristiana consistono unicamente nell’assicurare la difesa esterna e la pace interna, ovvero si riducono ad “amministrazione, giustizia e difesa e soltanto [a] quello.” [11]

Non basta cioè la volontà dell’autorità perché una norma (tanto meno fiscale) sia obbligante, occorre che la volontà imperativa dell’autorità sia legittima ovvero non comandi nulla di immorale e si attenga entro i propri limiti, ai propri fini naturali per i quali ha ragione d’essere.

Il beato martire Severino Boezio[12], ad esempio, chiama “saccheggio” i pubblici balzelli (perfettamente legali) imposti dall’autorità ostrogota di Ravenna. L’espressione “saccheggio” usata da Boezio impone una ulteriore considerazione: se l’evasione fiscale non è furto, in quanto l’autorità pubblica non ha diritti diretti ed immediati sui beni privati pretesi dal Fisco, ma, bensì, su quegli stessi beni sono i proprietari ad avere diritti diretti ed immediati, nel caso di imposte ingiuste riscosse dal Fisco, lo Stato non si macchierebbe di furto ai danni dei propri cittadini o, meglio, di rapina? Di furto nei confronti dei cittadini soggetti a prelievo fiscale alla fonte (es. lavoratori dipendenti), di rapina nei confronti dei cittadini costretti, sotto minaccia di sanzione, a consegnare al Fisco proprie sostanze.

Senza aderire al liberalismo di Benjamin Constant de Rebecque possiamo, nel caso, fare nostre le sue parole circa le imposte ingiuste da giudicarsi “un furto che la forza dello Stato non rende più legittimo di ogni altro atto della medesima natura. È un furto tanto più odioso in quanto si effettua con tutte le solennità della legge. È un furto tanto più vile in quanto è perpetrato dall’autorità in armi contro l’individuo disarmato” (da“Principi di politica”, 1806). Parole analoghe le scrisse nel 1943 Carlo Francesco D’Agostino trattando della proprietà privata: “Lo Stato che ci metta le mani sopra, all’infuori di quello che sia la giusta corresponsione dei servizi che rende (e dei soli servigi indispensabili al bene comune), è semplicemente un ladro ed un violento.” [13]

Le imposte illegittime perché finalizzate a finanziare non le funzioni naturali della comunità politica, ma altro, non obbligano e la loro evasione è legittima perché tali imposte costituiscono un abuso da parte dell’autorità. Le imposte, invece, illegittime perché moralmente cattive (es. pretese per finanziare pratiche immorali o perché pretese per ragioni e secondo criteri riconducibili a dottrine contrarie al Diritto Naturale) non solo possono, ma devono, se ve ne è la possibilità, essere evase come resistenza occulta al male operato dallo Stato. (…)

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Per tutte queste ragioni, si può riconoscere come in Italia e nelle moderne liberal-democrazie, l’evasione fiscale sia in larghissima parte giustificata e, in molti casi, addirittura, moralmente doverosa. E questo in ragione d’un giudizio sulla conformità delle pretese impositive al Diritto Naturale, niente a che vedere con gli argomenti liberali-liberisti che assolutizzano il diritto di proprietà o demoliberali del No taxation without rapresentation che, coerentemente sviluppati, non possono che portare, nei sistemi democratici, a riconoscere come legittime tutte le imposte pretese perché volute dai rappresentanti, democraticamente eletti, del popolo.

Lo Stato avanza legittime pretese fiscali sui beni privati in ragione della propria autorità ordinata al fine naturale della comunità politica, a prescindere dalla forma di governo e dalla natura rappresentativa o meno dell’organo legislativo. Se l’imposta è legittima lo Stato ha il diritto di pretenderla, indipendentemente dal volere dei cittadini o dei loro rappresentanti, anche coercitivamente ma, se l’imposta è illegittima, non c’è volontà maggioritaria dei cittadini che la possa rendere obbligante. Infatti, anche nel caso in cui i beni privati sui quali lo Stato avanza le proprie pretese fiscali fossero della collettività, la volontà maggioritaria (della collettività) potrebbe disporre di quei beni, ad es., facendone dono allo Stato; tuttavia non potrebbe rendere obbligante una norma fiscale illegittima neppure rispetto a se stessa.

Se, però, i beni privati sui quali lo Stato avanza le proprie pretese fiscali non sono della collettività ma di diversi proprietari privati, la volontà maggioritaria (della collettività) non ha titolo alcuno per disporre di beni non propri. Ogni singolo proprietario è l’unico soggetto ad avere diritti diretti ed immediati sul proprio bene; lo Stato ne ha indiretti e mediati; la collettività non ne ha né diretti ed immediati, né indiretti e mediati sicché la volontà della maggioranza, in questo caso, oltre a non poter legittimare una norma fiscale ingiusta, non può neppure disporre dei beni privati in forma di donazione. Una imposta ingiusta, anche se voluta dalla maggioranza del popolo (dalla  maggioranza dei suoi rappresentanti), resta pur sempre un furto/rapina ai danni dei legittimi proprietari. (…)

Di fronte ad un simile sistema fiscale socialdemocratico che pretende violare, così  pesantemente, il diritto naturale di proprietà,

“chi si meraviglierà di vedere il pubblico contribuente, perseguitato da siffatte ingiuste vessazioni, mettere tutto in opera per sottrarre ad una politica fiscale del tutto arbitraria, quel poco di fortuna ch’è riuscito ad assicurarsi col suo assiduo lavoro, o mediante penosi risparmi?” [18]

Come si vede il giudizio cattolico sull’evasione/elusione fiscale è tutt’altro che riconducibile a quel legalismo fiscale che anche molti cattolici, come il presidente Prodi, confondono con la moralità. Tanto più che in realtà statuali come quelle delle moderne democrazie europee è assai arduo riconoscerne complessivamente legittimo il sistema fiscale. (…)

C’è poi da dire che il dovere fiscale, essendo di giustizia legale, cede di fronte ad un dovere di giustizia commutativa, per cui, ad es., l’imprenditore che si trovasse nella necessità di decidere se pagare gli stipendi ai propri dipendenti, ma anche estinguere un debito o pagare un fornitore, o versare le imposte, sarebbe tenuto in coscienza ad adempiere ai propri doveri verso lavoratori, creditori e fornitori anche a costo di evadere le imposte.

Lecita è poi l’evasione/elusione motivata da grave incommodum come, ad es., il benessere della propria famiglia minacciato dalle pretese del Fisco. Infatti non commetterebbe colpa chi evadesse le imposte per adempiere ai propri doveri familiari altrimenti impediti. Così come è legittimato a evadere le imposte il contribuente che, visto il generale abuso fiscale, “se si conservasse rigorosamente rispettoso dei suoi doveri fiscali, sarebbe infallibilmente condannato a soccombere sotto i colpi dei suoi concorrenti usi a frodare il fisco su larga scala” [21]. Tutto ciò, però, solo “per i casi nei quali l’adempimento totale del dovere fiscale comprometterebbe veramente la vita di un’impresa o di una famiglia.” [22]

La millenaria  sapienza  morale della Chiesa deve guidare i confessori nel loro difficile ufficio di giudici in foro interno anche riguardo al tema dei doveri fiscali, tema delicato e dalla ricca casistica, senza subire le sollecitazioni d’un moralismo legalistico statalista come quello di certi “cattolici adulti” che di cristiano hanno poco o nulla!


Note

[1] Cfr. PIO XI, Lett. Enc. Divini Redemptoris: AAS 29 (1936) 103-104; GIOVANNI XIII, Lett. Enc. Mater et magistra: AAS 53 (1961) 433-434,  438; CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Cost. past. Gaudium et spes, 30: AAS 58 (1966) 1049-1050.

[2] “L’evasione fiscale è un furto” (G. SALVINI S.I., Sistema  fiscale ed etica, in «La Civiltà Cattolica», n. 3738, anno 157, 18 marzo 2006, p. 571); l’Arcivescovo di Udine mons. Andrea Bruno Mazzocato intervistato da Federica Barella: “Evadere le tasse significa rubare. NON RUBARE è uno dei 10 comandamenti. Chi non versa le tasse si trattiene qualcosa che in realtà non è suo” (F. BARELLA,“Immobili della Chiesa ai nuovi poveri”. Intervista con l’Arcivescovo Mazzocato, in Messaggero Veneto, 24 dicembre 2011, p. 21).

[3] Cfr. Catechismo  Romano (Tridentino), 323; CCC, 2234;  Compendio CCC, 464.

[7] È lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II a vincolare il dovere fiscale parlando di “giuste imposte” (GS, 30).

[8] A. MULLER S.I., op. cit., p. 195.

[9] Ivi, p. 202.

[10] Ivi, p. 207; Carlo Francesco D’Agostino ritiene “illecito imporre tributi fiscali per servizi che non siano di sicura necessità generale” (C. F. D’AGOSTINO, Sia santificato il Tuo Nome venga il Regno Tuo sia fatta la Tua Volontà, Osnago, Editrice L’Alleanza Italiana, 1995, p.4).

[11] G. SALVINI S.I., art. cit., p. 563.

[12] Cfr. BOEZIO, Cons. I, 4, 11.

[13] C. F. D’AGOSTINO, La Democrazia Cristiana: ecco il nemico!, Editrice L’Alleanza Italiana, XV edizione, Osnago 1991, p. 9.

[18] A. MULLER S.I., op. cit., pp. 207-208.

[21] A. MULLER S.I., op. cit., p. 206.

[22] Ibidem.

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Postfatio

Attualizzando i principi così chiaramente enunciati nell’articolo di Cecotti, trascriviamo sotto un elenco di tutte le argomentazioni che sono state portate a sostegno di passate proteste fiscali (fonte: it.wikipedia.org/resistenza-fiscale). Dal punto di vista dei promotori e dei cittadini, la resistenza fiscale è legittimata se si verifica almeno una di queste condizioni:

  1. Il governo esercita un’oppressione fiscale tale da rendere schiavi i contribuenti;
  2. Il governo attua politiche ritenute immorali, se non criminali, come guerre;
  3. Il governo non è legittimato;
  4. Il governo attua un regime di corruzione e malaffare;
  5. Il governo è inefficiente e malfunzionante;
  6. Mancanza di rappresentanza (“no taxation without representation”);

Relativamente all’attuale emergente situazione italiana, non possiamo fare a meno di rilevare che TUTTE queste condizioni sono purtroppo contemporaneamente verificate. Più in dettaglio:

• la condizione 1. è notoriamente vera, essendo l’Italia un paese tristemente famoso in Europa per la sua pressione fiscale da record (www.ilsole24ore.com/pressione-fiscale-italia-record) che sta trasformando il lavoro da diritto a schiavitù;

• la condizione 2. giustifica una sorta di “obiezione di coscienza fiscale”: se parte delle finanze pubbliche viene dilapidata in guerre inutili (come quella in Afghanistan, vediwww.alessandrodibattista.it/27-ragioni-per-tornare-dallafghanistan/), allora partecipare alla spesa pubblica significa anche contribuire in parte alla guerra, indipendentemente dalla propria posizione morale in merito: sottrarre fondi alla guerra dovrebbe essere pertanto ammesso dallo Stato come diritto inalienabile, tanto quanto il già riconosciuto rifiuto di prestare il servizio di leva militare;

• le condizioni 3. e 6. sono oggi protagoniste della cronaca, dopo che la recente sentenza della Corte Costituzionale (www.ilfattoquotidiano.it/porcellum-bocciato-dalla-consulta/) ha sancito di fatto che l’attuale composizione del Parlamento non rispecchia l’esito elettorale e pertanto, nè lo stesso Parlamento nè gli organi istituzionali da esso eletti e/o nominati (il Governo e il Presidente della Repubblica) possono essere considerati legittimi delegati ad agire in nome e per conto del sovrano Popolo Italiano;

• alla condizione 4. è stato tolto di recente il velo all’interno della stessa aula parlamentare (tv.ilfattoquotidiano.it/ecco-nome-del-lobbista-che-vi-controlla/): il caso del lobbista Tivelli è solo l’ultimo in ordine cronologico, dopo le pressioni di Ligresti sul Ministro Cancellieri o quella dell’ENI su Alfano riguardo al caso Shalabayeva; in aggiunta, vanno altresì considerati gli ancor più gravi rapporti d’appartenenza, filiazione e favoritismo verso le società segrete e i vari club d’élite (Bilderberg, Aspen Institute, ecc.);

• la condizione 5. è stata dettagliatamente denunciata in questo intervento della senatrice Paola Taverna che dipinge egregiamente la palese inefficenza del governo Letta nei primi 7 mesi del suo operato: www.youtube.com/taverna-un-minuto-di-vergogna/.

Vista e dimostrata la gravità della situazione, mai come ora il popolo italiano è chiamato a far sentire la propria voce sovrana per ripristinare la legittimità della pretesa fiscale dello Stato. Parafrasando il presidente Thomas Jefferson, le vere rivoluzioni non possono attuarsi se non quando i concetti di legalità, giustizia e legittimità vengano rielaborati, ridefiniti e  ricollocati dalla nuova coscienza collettiva in un quadro di VERA e REALE equità.

Concludendo, vi auguriamo serene feste e rinnoviamo i migliori propositi per l’inizio del nuovo anno: se il tempo di Natale è il tempo della speranza e della nascita, allora è nostra speranza che tutti possiamo concorrere a costruire per il nostro Paese il Nuovo, il Giusto e il Buono con le parole, le azioni, i pensieri e l’essere. Perchè, come dice l’On. Di Battista al termine del suo emozionante discorso di ieri, questo È SOLO L’INIZIO.

Buon Natale a tutti!

Fonte: Hearthaware blog

On. Alessandro Di Battista – Questo è solo l’inizio…

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